Globalizzazione Vs Comunità

Come decrescere e ottenere una vita di qualità in 6 facilissime regole

Le parole hanno una loro importanza e portano con se concetti interessanti. Per questo motivo, mi piace iniziare a ragionare partendo dall’etimologia delle parole perché già ci porta un bel passo in avanti. Prendiamo per esempio le due parole del titolo.

Interessi
Globalizzazione

Treccani: Termine adoperato, a partire dagli anni ’90, per indicare un insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo.

L’unificazione dei mercati nel mondo ha spinto verso livelli di consumo e di produzione sempre più uniformi e convergenti[1]. Si delinea sempre più una progressiva ed irreversibile omogeneità dei bisogni. Io ho i tuoi stessi bisogni e noi li abbiamo uguali a Jonathan in Messico e a Suki in Giappone o Jengo in Kenya.

Ne consegue la scomparsa dei gusti dei consumatori sia a livello nazionale che regionale, mentre le aziende generano prodotti sempre più standardizzati[2] e con politica di prezzi concorrenziali al ribasso[3]. Solo le multinazionali riescono a distinguersi con l’obiettivo di soddisfare la varietà dei gusti e desideri in diversi aspetti. Questo determina il predominio economico mondiale e nei paesi in cui opera una multinazionale è chiaro che dopo aver raggiunto il potere economico, arrivi ad avere influenze politiche.

La globalizzazione ha anche dei vantaggi! Quali?

Speculazione
Liberalizzazione del mercato

Per esempio, la crescita tecnologica, professionale, economica gestita con regole più attente per salvaguardare la piccola azienda e le diverse attività locali, potrebbe anche essere una grande idea. Di fatto poi, ci perdiamo in mille regole e leggi che nel loro caos premiano soltanto i grandi e i ricchi.

Oggi, anche la liberalizzazione dei mercati la viviamo come un incubo dopo che riceviamo l’ennesima telefonata da una compagnia di fornitura elettrica, gas o telefonica. Insomma, guardandola oggi, questa macchina globale e libera, sembra essere diventata un essere autonomo e senziente che non ha più il nostro controllo.

Guardando poi, oggi, alla situazione della Comunità Europea e più in dettaglio a quella italiana, con una guerra nel cuore dell’Europa e una siccità che attanaglia le nostre terre da nord a sud, ci si può di nuovo domandare se ha un senso la globalizzazione. Cosa ne abbiamo saputo fare?

Per esempio, non coltiviamo più il grano perché gli incentivi europei sono più appetibili d quanto si ricavi dalla vendita dello stesso al netto delle spese di produzione. Così facendo, favoriamo l’acquisto del grano dal Canada. In alternativa, enormi quantitativi rischiano di marcire nei magazzini di stoccaggio in Ucraina. La Confagricoltura di Arezzo, ha fatto sapere che oggi vengono coltivati meno di 5000 ettari di frumento mentre nel dopoguerra se ne coltivavano ben 65mila ettari. Le produzioni vengono realizzate in un equilibrio precario di costo per i fertilizzanti, gasolio e sementi (di cui molti vietati per favorire solo un certo tipo) sempre più cari, contro i ricavi stracciati imposti dal mercato globale

Per le altre coltivazioni come siamo messi invece?

Biodiversità
Biodiversità? Si, grazie!

I bei campi di girasole, si vedono sempre meno e alcuni campi vengono dedicati alle biomasse e ai biocarburanti, che sono più redditizi.

Coltiviamo per le biomasse e i biocarburanti? E per nutrirci? Per nutrirci, poco. Preferiamo guadagnare il nostro cibo con i ricavi di coltivazioni per uso non alimentare. Il Decreto del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali n. 401 art 1 comma, definisce biomasse:

  • La legna da ardere (aumentati i tagli irregolari della maggior parte dei nostri boschi)
  • Residui lignocellulosici
  • Sottoprodotti di coltivazioni agricole, e di trasformazione agroalimentari (nascono le coltivazioni per le biomasse)
  • Liquami e reflui zootecnici (meglio con gli allevamenti intensivi?)

Per approfondire l’argomento biomasse, vi rimando alle tante letture che sono facilmente reperibili su internet.

Con questa modalità, diminuiscono le tipologie di culture agricole, s’impoverisce e avvelena il terreno e l’aria e anche quel poco che c’è di buono finisce con il non essere poi così buono. Per questi temi, consiglio la visione delle tante puntate della serie d’inchiesta giornalistica di Sabrina Giannini, in onda su Rai3, intitolata “Indovina chi viene a cena”.

Insomma, se la globalizzazione ha portato qualche vantaggio, dall’altra ne abbiamo fatto un pessimo uso poiché è finalizzato troppo al profitto, e lo facciamo in modo globalizzato, come massa che si muove per produrre, consumare e guadagnare, delegittimando l’uno e la collaborazione fra i singoli a vantaggio della massa.

Veniamo ora al termine di comunità che ho usato a proposito del citare l’Europa chiamandola Comunità Europea.

Biodiversità
Comunità

Treccani, s.f. [dal lat. Communitas -atis der di communis ]

È l’insieme di persone unite tra di loro da rapporti sociali, linguistici e morali, vincoli organizzativi, interessi e consuetudini comuni.

In questo senso la Comunità Europea è una comunità che ha perso il senso di interesse comune dei suoi cittadini (italiani compresi).

Negli ultimi tempi, tuttavia, risuonano sempre più frequentemente un altro tipo di comunità: le comunità energetiche.

Il fabbisogno di energia pulita, ci sta facendo tornare in modo più marcato, al concetto di aiuto reciproco per la fornitura di energia elettrica. Un condominio o un quartiere che si producono energia, posso cedere/scambiare gli esuberi con chi è carente, quando domanda ed offerta si incontrano. Questa mutualità, rende vivo il senso comunitario e di rispetto dei singoli.

Mi piace l’idea di estendere il concetto di comunità energetica, anche alla comunità agricola, economica, di servizi, etc. Comunità inteso come numero ristretto di individui rispetto anche ad una città. Si avrebbero così delle comunità nella città tali da formare una struttura cellulare che realizza in modo più armonioso, ecologico e attento, il tessuto urbano.

In una comunità agricola, dove il fabbisogno delle persone è soddisfatto dai singoli per un senso di comunità e fratellanza, diventa più facile controllare come vengono prodotti i raccolti, così come ogni altro tipo di prodotto che arriva sulle nostre tavole. Se ne può garantire la qualità e la salute ambientale e nostra. Un po’ come mettevo in evidenza nel primo articolo, qui

Filiera corta

Accorciando la filiera, evitando i lunghi trasporti e conoscendo fisicamente i vari produttori, i vantaggi sono molteplici sia per il risparmio di materie prime di lavorazione che di energia, sia per la riduzione di emissioni di CO2 e polveri sottili da trasporto.

Abbiamo una qualità superiore dei prodotti perché con percorsi più brevi ( il famoso km zero) si mantengono di più, costano meno, si gestiscono meglio gli imballaggi e potrebbe addirittura tornare al produttore che lo RIUSA (vasetti in vetro sterilizzati, scatole di cartone o cassette in legno. Il tutto con notevoli risparmi per diversi aspetti.

Ancora, la comunità, intesa come ambito circoscritto di individui che si aiutano in mutua assistenza per migliorare la loro ed altrui qualità della vita, si può estendere al ciclo produttivo dello scarto o immondizia. Diffondendo all’interno della comunità il concetto di Zero Waste, si può innescare tutta la filiera delle 4 R (ne parlo qui) + 1 con molta più attenzione, creando valore dai rifiuti.

Rispetto alla globalizzazione, la comunità ha il vantaggio di gestire e controllare meglio. Se è vero che abbiamo moltissime leggi e che multinazionali e persone senza scrupoli non le rispettano e, è pur vero che restringendo gli ambiti di controllo anche all’interno di una grande città come per es Roma suddividendola in comunità circoscrizionali autosufficienti, è molto più semplice poter fermare chi è poco coerente con i valori comunitari.

economia circolare
Come un’azienda…la nostra!

Ogni comunità avrebbe la gestione diretta della sua area. Una gestione in cui è possibile controllare la filiera, corta, di qualunque cosa:

  • produzione di cibo in tutte le sue forme che garantisca la biodiversità e la qualità (controllo dell’assenza di pesticidi, diserbanti, etc)
  • controllo nel contenimento sia degli allevamenti che delle coltivazioni intensive
  • creazione di valore dai rifiuti evitando gli sprechi
  • possibilità di scambi con altre comunità in conformità con la gestione degli equilibri (cedo il surplus e o ricevo se ho meno)
  • generazione di energia pulita attraverso le comunità energetiche (cedo il surplus e o ricevo se ho meno)
  • verifica capillare delle gestioni illecite di ogni bene della comunità
  • nascita di rete di comunità controllata e certificata (ancora più ristretto del DOP e dell’IGP o simili)
  • migliore gestione delle infrastrutture e attenzione alla mobilità privilegiando quella in bici o con trasporto pubblico
  • servizi di qualità perché riferiti a meno persone

Che la soluzione di una rinascita sia nelle comunità? E la globalizzazione? Resterà per diverso tempo. Come arrestare il consumismo e la globalizzazione e la ricchezza di pochi a discapito di molti e della salute del nostro pianeta? Chissà, forse creando una struttura cellulare – le comunità – che come in un corpo, ne costituisce il tessuto principale e fondamentale. Allora, la tendenza della globalizzazione è gestita dalle cellule che la compongono e sarà più facile tirarne il freno, spostare l’attenzione dal molto al poco, dal grande al piccolo e rallentare questa corsa impazzita nel consumare il nostro pianeta che ha risorse finite.

La spesa?

Essere in una Comunità è un po’ come essere in un paese che deve essere autosufficiente e al massimo scambiarsi le necessità con le comunità adiacenti.
In una realtà di questo tipo, vedo nuovamente la figura della bottega di quartiere, dove il bottegaio usa il famoso vuoto a rendere e dove la maggior parte della plastica è bandita o i prodotti che vende sono a km 0. Il bottegaio ha cura dei suoi clienti e si assicura di soddisfare i suoi desideri, non come al supermercato dove siamo soltanto numeri e i desideri ci vengono dagli scaffali che sono messi tutti nel modo più opportuno per farci acquistare anche ciò che non ci serve. Come sarebbe il mondo con le botteghe e senza i supermercati? Il negozio senza il centro commerciale? E’ proprio necessario avere tutto in un unico posto, togliere superficie per fare spazio alla cementificazione? E’ questo che ci serve senza poterne proprio fare a meno?

Il bottegaio, il mercato rionale, uno spazio comunale di comunità per coltivare secondo la stagionalità e tutto quello che è  tipico del territorio o allevare animali per pochi e senza allevamenti intensivi, utilizzare gli scarti per produrre altri prodotti o trovare il negozietto che ripara tutto o da nuova vita a cose vecchie: la comunità!

6 semplici regole: Riduco (comunità) – Regolo (Autosussistenza della Comunità) – Riuso – Controllo – Certifico (Personalmente) – Cultura

Riduco: in una comunità diventa il concetto base. Riduco la filiera di qualunque produttività, anche quella dei rifiuti per natura stessa della comunità e per il più facile impegno.

Regolo: per l’autosussistenza di qualità della comunità è necessario regolare e controllare in modo più attento e scrupoloso e la comunità, può semplificare questo processo e tenerlo sotto controllo, magari applicando il kaizen o miglioramento continuo

Riuso: nella filiera corta di una produzione, è più facile riutilizzare le cose materiali come gli imballaggi (anche in tempo di Covid) e riuscire a minimizzare l’uso di packaging insidiosi

Controllo: è più facile controllare la propria casa che quanto avviene nel proprio quartiere. E’ più facile controllare quanto avviene in una circoscrizione piuttosto che nell’intera città di Roma. Una comunità è limitata nella sua estensione e quindi più controllabile.

Certifico: certifichiamo già un sacco di cose, ma la filiera che porta alla certificazione spesso è un meccanismo intrigato come le nostre leggi. In un raggio d’azione limitato, le certificazioni sono quasi “a vista”. In una filiera corta, nella comunità, posso verificare personalmente come produce il contadino e anzi, magari condivido con lui una giornata all’aria aperta all’insegna del cibo sano.

Cultura: la diffusione della cultura, soprattutto rispetto al senso comunitario e di efficientamento della comunità stessa, è certamente alla base del rispetto dei principi comunitari.

[1] Si genera perdita di biodiversità a favore del prodotto di massa, in agricoltura ha creato grossi danni con perdita di produzione di cibo e dipendenza da altri paesi, anche lontani come il Canada

[2] Perdita del valore di un bene o prodotto, anche come tradizione e qualità.

[3] Indebolimento economico e collasso del sistema

Suggerimenti

Letture, video, inchieste, documentari, film

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